Campeggio

– “Ma che cazzo! Non si può!” dice Paolo, alzando le mani al cielo esasperato. “Una cazzo di settimana di ferie e in quella deve piovere!”.
Paolo e la moglie Mara si trovano in questo campeggio da quattro giorni insieme alla figlia Anna e ad un certo tizio, Alex, il ragazzo della figlia. Questa è la quarta piovosa giornata, solo ieri c’è stato abbastanza sole da potersi sdraiare sulla spiaggia e fare il bagno (con grande disappunto di Anna). Il resto del tempo l’hanno passato chiusi in tenda come topolini in trappola, ad ascoltare il ticchettìo della pioggia e l’uso di parole eloquenti, per così dire, da parte di Paolo.
La giornata procede lentamente come le altre, interrotta qualche volta da allarmi, dal vociferare etereo fuori dalla tenda o dalla vocina di uno dei quattro che annuncia di dover andare in bagno, come se esso fosse un bene da custodire e loro si dessero il cambio del turno di guardia. L’unico a non annoiarsi è Alex che dorme sonoramente o sparisce per lunghi periodi di tempo.
– “Vado a fare la cacca” dice Anna, di vent’anni, con la voce da bambina, come se stesse rivelando con sommo piacere un segreto lungamente custodito. Esce aprendo la cerniera della porta e inserisce un piede alla volta nelle ciabatte, seguita da Alex che ha dormito fino ad adesso e ora si è svegliato all’improvviso e sparisce dietro l’entrata della tenda. Si riaffaccia quando Mara gli chiede se sta andando in bagno per rispondere dopo un momento di pausa con un “sì” incerto.
Nella tenda Paolo continua il dormiveglia interrotto solo da qualche imprecazione, mentre Mara cerca in tutti i modi di tenersi occupata. Usa una scopa per spingere il tetto della tenda e far scendere sui lati l’acqua che si è accumulata, asciuga le ciabatte con il phon e prepara da mangiare. Sta preparando il the quando rientra la figlia che, dopo essersi congratulata con se stessa per l’opera realizzata, chiede dov’è Alex che proprio in quel momento rientra.
– “Cos’hai fatto a quella felpa?” chiede Mara vedendolo pieno di fango.
– “Ah, sì. Sono scivolato.” dice dopo averci pensato per un momento.
Finita la cena Alex esce. Dopo mezz’oretta, vedendo che non è ancora tornato, Anna prova a cercarlo nei bagni. Quando torna trova la tenda vuota. Si sdraia sul letto e continua a leggere il libro che sta finendo da tanto fino a quando inizia a fare buio. Vede con la coda dell’occhio un’ombra che passa davanti alla tenda; chiama “Alex?” ma nessuno le risponde. Continua a leggere e le scappa un urlo quando sente la cerniera della porta aprirsi.
– “Cos’hai, sciocchina?” chiede Mara quasi divertita.
– “Ah, siete voi.” dice Anna facendo finta di niente.
Le ore passano e fuori il buio avvolge ogni altra tenda, albero o persona, mentre il vento li fa ondeggiare e inghiotte il rumore dei passi.
– “Ma dove sei stato?” dice Anna ad Alex sentendo la cerniera. Non lo vede bene, avvolto dall’oscurità e dal cappuccio, la lanterna per terra riesce solo ad illuminare la lama del coltello che si infilza nella schiena di Paolo, mentre il vento sopprime le urla di Mara e i singhiozzi di Anna. Estrae la lama e osserva le gocce di sangue che cadono attraverso l’oscurità per accendersi come scintille di fuoco quando vengono illuminate dalla lampada e inumidiscono il già bagnato pavimento. Si avvia con passi lenti e sicuri verso Mara e Anna vede la lama cadere dall’alto tagliando la gola di sua madre con un colpo secco. L’assassino scatta con la testa quando sente l’allarme e fugge fuori dalla tenda. Anna, ora sola, piange più di prima presa dal panico fino a che le urla diventano sorde e le lacrime secche. Scende inciampando dal letto e rotola per terra sporcandosi di sangue la faccia, prende le chiavi dal marsupio dopo che questo è caduto un paio di volte e si chiude in auto. Cerca il telefono per chiamare la polizia, ma l’ha dimenticato in tenda. Ha paura a tornare indietro. Qualcuno bussa, urla, cambia sedile e sente “Amore, sono io.” Scende e corre ad abbraciare Alex. Gli racconta quello che è successo e continua a chiedergli dove fosse stato, ma solo ora si accorge che ha le mani sporche di sangue.
– “Amore? Non può essere, perché?” Gli chiede Anna.
– “Non è come credi.”
Anna inizia a correre e chiedere aiuto. Alex la insegue, le tappa la bocca e la riporta a forza in tenda. Vedendo il macello, cambia idea e va in auto.
– “Amore, non sono stato io.” Alex inizia a spiegarle tutto: l’assassino aveva ucciso un’altra famiglia, quella della sua amante e lui era riuscito a scappare e a dare l’allarme. Si è sporcato le mani cercando di salvare la ragazza.
La faccia di Anna passa da un’espressione di sollievo a una di incredulità e infine ad una di dolore. Adesso ha sentimenti contrastanti, conosce Alex da tanto tempo, non si aspettava che fosse un assassino nè tanto meno che la tradisse.
I mesi passano. Anna cerca di rincominciare da capo, conoscere gente nuova, ma non riesce ad aprirsi con gli altri ragazzi con cui esce. Gli incubi la tormentano e la perseguitano anche di giorno. Torna con Alex, l’unico con cui riesce a parlare del trauma subìto e che può capirla e insieme formano un’altra famiglia, che in vacanza va sempre in montagna.

Alla deriva

– “‘Fai tutto quello che vuoi nella vita’ dicono e poi hanno paura di qualche macchina.” Camminando a testa bassa Marco semi-urla queste parole, ma è difficile capirlo in mezzo ai suoni dei clacson che strappano il silenzio facendolo a pezzettini e lo ricompongono in rumori confusi. “Se solo sapessero…” affonda un piede nell’asfalto “… che cosa ho…” stringe i pugni forte, affonda un altro piede “… cosa ho passato, quanto ho sofferto…” sale sul marciapiede e velocemente svolta l’angolo per nascondersi e scappare dalla gente, così come quella lacrima che per lungo tempo si è nascosta e che finalmente gli è sfuggita. Si allontana lasciandosi alle spalle quelle persone.

Non si è mai sentito così bene, non sa cosa lo prende. Quelle crisi sono come i temporali. Vengono velocemente, scagliano fulmini e saette e spariscono, lasciando il palcoscenico a un bellissimo sole. Così è lui adesso, pieno di energie, con la voglia di fare. La voglia di conquistare lo prende e lo porta in mari remoti, come il capitano di una nave, ma, ahimè, anche le navi più salde si rompono.

Amore Bluetooth

Gli suda la fronte, si asciuga con una mano e ne approfitta per cercare nella propria mente le parole da usare:
– “Da quando ti ho conosciuta mi hai reso più felice, il ragazzo più fortunato del mondo, mi hai cambiato la vita e io voglio cambiare la tua. Mi vuoi sposare :)?”
…Anna sta scrivendo…
– “Oh, tesoro sì, certo. Pensa, adesso sto prendendo un aperitivo con le mie amiche e non potevi rendermi più felice :) <3”
…Alex sta scrivendo…
– “Ah, sì, sì ho visto che alle 12:03 hai postato una foto di quel bellissimo bicchiere su Facebook.”
…Anna sta scrivendo…
– “Certo che potevi aspettare un momento più decente, amore. Ho visto alle 12:05 la foto di te che fai la cacca (che scemo che sei).”
…Alex sta scrivendo…
– “Sai che in situazioni come queste do il meglio di me.”
– “Devo andare. Chiudo.”

Cosa voglio

Un posto al sole nei Caraibi, uno yacht per le passeggiate nel mare, un elicottero per gli spostamenti e una Jeep per andare a caccia con un fucile MX 2000S. Cosa c’è di meglio? Ah, sì, un paio di puttanelle in bikini, guai a passare una serata senza scopare. Chi non si è fatto un viaggio mentale del genere?

Essere ricchi, girare con auto belle (in realtà basta che siano costose) o anche solo volere un gelato, non importa, sembra che tutti sappiano quello che vogliono.

Da che mi ricordo non ho mai avuto un obiettivo nella vita. All’asilo, o alle elementari, i miei compagni nel loro futuro erano il medico, l’ingegnere, l’astronauta, il pilota di Formula Uno, il parrucchiere di Michael Jackson, la comparsa in un film di Kubrick, un sarto per elefanti, un designer di cappellini per lombrichi e quant’altro; io ero scena muta. Possibile che sia così semplice essere determinati?

Talento e intelligenza non mi mancano, ma nel momento esatto in cui individuo qualcosa per cui impegnarmi, dal profondo della mente affiora un’angoscia. Sempre la stessa. Da prima, sussurrando, fa da sfondo ai miei pensieri, per poi ereggersi come un pilastro che proietta ombre su tutto il resto. La depressione mi conquista per giorni o a volte settimane. La vita diventa futile e perde la sua magia. A tal punto mi rimane un solo desiderio: morire.

Ringrazio Anna per la correzione delle bozze.

Nel buio

Sente Bau! Bau! in lontananza, lo sguardo scatta a sinistra e a destra, il cuore inizia a correre e i rumori della notte si fanno più vividi; mentre smette di pedalare e appoggia i piedi per terra per rallentare del tutto. Si guarda intorno; falso allarme, niente di cui preoccuparsi. Mentre ricomincia a pedalare sente solo il suo respiro affannoso e goffo e l’eco dei pensieri che gli ripete che è un fifone.

Dopo un paio di metri vede due puntini luccicare nel buio, un grugnito e due filari di denti. Preso dal panico, non sa se ha fatto prima a scendere dalla bici o a riempirsi le mutande di piscio. Sta di fatto che scappa, cercando di stare lucido, sentendosi l’interno coscia sempre più caldo. Attraversa la strada, facendosi quasi investire, sperando che sia la cosa a inseguirlo a finire sotto. Corre, corre e quando non ce la fa più si gira e inizia a piangere quando si rende conto di essere da solo.

Qual è una delle tue paure più grandi? Che magari si manifesta solo nelle tue fantasie?

Ringrazio Anna per la correzione delle bozze.